Dopo ben 10 anni va in soffitta la Legge elettorale nota come “Porcellum”. Nell’attesa della firma del Capo dello Stato, la notizia potrebbe suonare come sensazionale se non si fosse obbligati alle considerazioni che seguono.

Dal punto di vista del metodo siamo allo zero assoluto. Il Presidente del Consiglio in carica è ricorso alla fiducia allo scopo di silenziare le voci contrastanti. L’opposizione ha disertato il voto finale espresso, a favore del provvedimento, da 334 deputati. La larga condivisione, ammesso che fosse cercata e ritenuta un evento positivo, è rimasta una chimera; l’opposizione interna al Partito Democratico ha raccolto un  risultato qualunque, oltrechè  privo di carattere (45 – 50, al massimo 70 democratici), “Forza Italia” è riuscita ancora una volta a distinguersi per autolesionismo politico.

Nel merito non si può che esprimere una contrarietà complessiva alla Legge approvata poichè è evidente che essa è ritagliata a misura di premier non potendo o non avendo ritenuto di puntare ad una forma presidenzialista o semipresidenzialista della Repubblica. Si allarga a dismisura il potere del Presidente del Consiglio dei Ministri e si condanna il Parlamento ad un ruolo pressochè notarile a rimorchio dell’esecutivo. Permangono forti dubbi di costituzionalità del provvedimento relativamente all’assegnazione di un premio di maggioranza  che dovrebbe trovare giustificazione nella governabilità e  che, a modesto avviso di chi scrive,  si acquista, invece,  con il proliferare dei consensi.

Certamente, nella serata che segue le elezioni conosceremo il nome di un vincitore certo ma, per esempio, nel 1994 (introduzione del “Mattarellum”) e nel 1996 i vincitori non  si chiamarono, rispettivamente, Silvio Berlusconi e Romano Prodi?

Alla fine, sono gli uomini che fanno (anche) la politica, senza per questo prendere la parte di nessuno.

Rimane l’amara constatazione che soltanto in Italia si impiegano dieci anni per varare un nuovo sistema elettorale e che se questi fossero i tempi della società il suo progredire rimarrebbe soltanto un pallido auspicio.

ANDREA G. STORTI

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