Segnali inequivocabili arrivano dall’esito del voto politico in Germania. Dal secondo dopoguerra ad oggi una forza politica di estrema destra razzista e xenofoba è rappresentata in parlamento, forte del 12,6 per cento dei consensi e 94 seggi. Dopo un mandato torna ad essere rappresentato il Partito Liberale con il 10,7 per cento e 80 seggi. I due fulmini su Berlino sono questi.

Poi, ancora il Partito della Cancelliera uscente Angela Merkel (Cdu/Csu) conserva la maggioranza relativa con il 32,9 per cento, ma perde l’8,6 per cento rispetto alle precedenti politiche e passa da 309 a 246 seggi. I socialisti confermano il recente, negativo trend europeo e si attestano al 20,5 (cinque virgola due per cento in meno rispetto alle precedenti politiche). I loro seggi al Bundestag passano da 193 a 153. I verdi rimangono sostanzialmente stabili (+ 0,5 % e + 3 seggi nel confronto tra le ultime due tornate politiche).

Si prevede, dunque, la formazione di un governo “JAMAICA” che riprende cioè i colori di quella bandiera a fare da connotazione alla nuova coalizione nera – giallo ocra e verde. Ma, al di là della colorazione si prevedono tempi incerti per l’Europa, più di quanto non sia adesso, per effetto della presenza scontata nel nuovo governo tedesco del Partito Liberale che ha già fatto conoscere di considerare opportuna una istituzione continentale a due velocità con nuova attenzione al rigore di bilancio ed una attenuazione della misura politico-finanziaria del “Quantitative easing” ispirata dall’attuale Presidente della BCE Mario Draghi, misura della quale l’Italia non da sola ha sinora beneficiato.

Con l’esito delle elezioni tedesche è quasi completo il puzzle delle principali nazioni europee chiamate al voto entro il 2018. Manca l’Italia, indipendentemente dal fatto che sia rispettata la scadenza naturale della legislatura. Tuttavia qualora si tenti di accostare Germania ed Italia si  ha la percezione che non potrebbe evidentemente trattarsi di due mondi più diversi. Sul suolo italico siamo ancora a chiederci se giungerà all’approdo finale la riforma elettorale, tema usurato dai decenni che, dopo aver visto recentemente cadere sul tema un “accordo di legislatura” per la inesistente propensione istituzionale e democratica del M5S si ripresenta con qualche sensata modifica in senso maggioritario ed un cambio di attore non esattamente protagonista come Alleanza Popolare di Angelino Alfano, noto semplicemente come uomo di potere, volendo essere cortesi.

Reggerà il “Rosatellum 2.0”? Con questi figuranti parlamentari si teme che non possa esistere di meglio.

ANDREA G. STORTI

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