L’esito del voto delle europee 2019 consegna per l’Italia alcuni messaggi inequivocabili: lo spostamento decisamente a destra dell’elettorato nazionale con la prevalenza della Lega (34,3 %); ancora un arretramento del Partito Democratico in termini di consensi numerici assoluti (22,8 %, pur rispetto al 18,8 delle politiche 2018); una implosione del M5S ( 17,1 contro 21,2 delle precedenti Europee, e 32,7 delle politiche 2018 – percentuali agghiaccianti -) che potrà comportare una futura irrilevanza del movimento nello scacchiere politico; un drastico ridimensionamento di Forza Italia  e della sua figura preminente, Silvio Berlusconi, ancora per poco.
Siamo tuttavia di fronte ad un nuovo aumento del  nostro debito pubblico e, pertanto nelle vicinanze del baratro di una sciagurata procedura di infrazione. La nuova frizione con gli organismi europei arriva da lontano ma , va detto, la Commissione non ha agito correttamente ed in maniera univoca nei confronti dei principali Paesi tra i quali l’Italia. Inoltre, è dimostrato che le prese di posizione economica dell’Unione non hanno certamente favorito politiche espansive o di crescita complessiva, né tantomeno avuto attenzione per il sociale. In un simile quadro prospettare al proprio interno una politica economica di stampo “trumpiano” con una cancellazione della progressività delle aliquote applicate in ambito fiscale pare di difficile realizzazione, ma potrebbe peggio rivelarsi suicida. Potrà rappresentare quest’ultimo il grimaldello che apre una crisi di governo, assai più che un provvedimento sul salario minimo, misura economica teoricamente corretta ma non decisiva.
Come si è detto in apertura, il secondo contraente di governo, il M5S, non è certamente nelle condizioni attuali di dettare alcunché né lo sarà in futuro, ma trascorsa l’estate potrebbero giungere a maturazione le condizioni per un rinnovato assetto istituzionale concernente il ruolo parlamentare. Questo potrebbe anche significare la fine dell’esperienza del governo gialloverde della Repubblica. Le posizioni di leadership nell’esecutivo non sembrano oggi modificare il pericoloso vento destorso che spira con forza e la cui fase calma non è presente o avvertita.
Peraltro, nel breve volgere di tempo abbiamo visto consumarsi figure politiche più o meno carismatiche che sembravano inattaccabili. La saggezza e l’esperienza consigliano attenzione.

ANDREA G. STORTI

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